rabbia

La verità nuda e cruda

Francesco, Capomissione Bangladesh

Ero in Bangladesh solo da pochi giorni, ancora impegnato a capire le dimensioni della crisi e della sofferenza del popolo Rohingya, quando sono partito con il mio assistente locale Monzur per l’estremo sud del paese. 

Lo scopo della nostra spedizione era visitare quel tratto sperduto di costa in cui ancora oggi, a diversi mesi dallo scoppio della crisi, continuano a sbarcare migliaia di profughi. Volevo vedere con i miei occhi le condizioni in cui arrivano, farmi raccontare da loro stessi cosa li aveva costretti a scappare e rendermi conto delle loro condizioni di salute per rispondere al meglio all’emergenza.

Poco dopo il nostro arrivo abbiamo incontrato una famiglia che aveva appena affrontato la traversata. A colpirmi è stato il fatto che si trattasse soltanto di tre persone: padre, madre e una figlia che a occhio e croce doveva avere cinque anni. Mi sono seduto per terra sulla sabbia, accanto all’uomo silenzioso. Poco a poco il mio assistente ha trovato il modo di avviare una timida conversazione, cosa non facile quando di fronte hai qualcuno che ha appena lasciato tutto ciò che possiede per scappare verso una salvezza incerta e, nel migliore dei casi, una vita durissima, fatta di sopravvivenza.

Parlando lentamente, a un volume appena udibile, l’uomo ci ha raccontato di avere viaggiato a piedi per cinque giorni nella foresta con la moglie e la figlia piccola, prima di raggiungere la costa e rimediare il passaggio da un pescatore. 

Ha spiegato che durante la marcia, ogni volta che sentiva voci o passi avvicinarsi, si nascondeva fra i cespugli, dove restava senza muoversi per ore. Quando gli abbiamo chiesto se ci fossero altri membri della famiglia da qualche parte, lui ha risposto con una calma raggelante: “Avevo due figli maschi. Li hanno uccisi”. Una lacrima sola è scesa lentamente sulla sua guancia quando ha finito la frase. La sua espressione è rimasta neutra, impassibile. 

Monzur e io siamo rimasti in silenzio, cercando inutilmente di trovare una parola adeguata alla situazione. Sua figlia, che fino a quel momento giocava con la madre a qualche metro di distanza, vedendo il padre piangere si è improvvisamente bloccata. Poi si è avvicinata a lui, che l’ha presa fra le braccia e si è messo ad accarezzarle la testa. Non ho saputo fare altro che mettere una mano sulla spalla di quell’uomo.

Ancora oggi, mentre scrivo queste parole, sento la gola serrarsi e gli occhi inumidirsi. Non è un racconto scritto ad arte per commuovere ma la verità, nuda e cruda, di una terribile emergenza. È quello che succede ogni giorno nel mondo, anche a pochi passi da noi. La sofferenza di quell’uomo, chiusa in quella dignità silenziosa, continua ad annientarmi di rabbia e di dolore, anche nei ricordi. Faccio questo lavoro da anni ma non mi abituerò mai.

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