paura

Paura a Port au Prince

Marco, Medico Haiti, Port Au Prince

Sono passati solo pochi giorni dal grande terremoto. Abbiamo lavorato in sala operatoria ininterrottamente dalla sera prima fino alle 4 del mattino. Decidiamo di concederci del riposo. Riposare è diventato uno sforzo, è difficile riuscire ad addormentarsi. Continue piccole scosse di assestamento mi costringono da giorni a dormire su una terrazza col terrore dell’attesa della scossa più forte. Del resto, il clima lo permette. Non lo permettono, invece, i rumori lontani, i lamenti, i colpi d’arma da fuoco di banditi e sciacalli. A seconda del vento, poi, la puzza e i fumi provenienti dalle macerie e dalle immondizie si siedono sotto le narici. 

Dal balcone dell’ultimo piano si accede al tetto dell’ospedale scavalcando un muretto. Quella notte è strana. È silenziosa, calda. Più del solito. Propongo anche agli altri di portare i materassi fuori. Ho pensato che anche in ospedale è più sicuro dormire all’aperto, senza nulla sulla testa che ci possa crollare addosso. Cerco vie di fuga. Guardo giù dal balcone la tettoia che sta proprio sotto di me. Provo a prendere sonno mentre rifletto su questa strategia. Concludo che sono troppo stanco per riflettere. Mi giro su un fianco e inizio a dormire. 

Non passa un’ora che un boato e un sussulto del pavimento mi svegliano. È la seconda più forte dall’inizio del terremoto qui ad Haiti. Urlo, mi alzo e salto subito su quella tettoia. Non saprei dire da dove venissero quella inconsueta agilità e quella forza che mi hanno permesso di saltare fuori e di aiutare Efraim – un collega che dormiva accanto a me. Seguono l’esempio anche gli altri due. In pochi secondi siamo tutti e quattro sulla tettoia. Non si vede nulla, si muove tutto, sotto e intorno a noi. Vedo tutta la mia vita che scorre, come se il mio cervello stesse facendo un rapidissimo back-up. Penso a ciò che ho e non ho fatto. Troppo tardi per tutto. 

Finalmente le scosse terminano e la tettoia smette di muoversi. Non abbiamo idea se la struttura dell’edificio abbia retto o meno a questa nuova scossa, dopo che era già stata gravemente danneggiata dalla prima. Nel piazzale si susseguono scene di panico. Le persone ormai sono sfinite e terrorizzate. Capiamo che nell’ospedale ci sono molti pazienti. Dobbiamo portarli fuori prima che crolli qualcosa. È rischioso, ci sono crepe su mura e soffitti. Ci guardiamo in faccia, esitiamo per qualche secondo ma, spinti da un’irrazionale volontà di aiutare quelle persone, entriamo nell’ospedale e cominciamo a portare fuori tutti i pazienti. 

Arriva il mattino con le sue luci. Arrivano anche i colleghi a darci il cambio. Rientro in silenzio, stanco e spaventato, ma contento di ciò che avevamo fatto. Da oggi, molti pazienti rimarranno a dormire all’aperto, in tenda. L’edificio aveva retto bene e dopo le verifiche di agibilità abbiamo continuato a usarlo, soprattutto le sale operatorie. Per tutto il periodo che sono stato ad Haiti, non ci sono state più scosse di quell’intensità. Per molto tempo, però, sarò ipersensibile a ogni rumore e vibrazione e sussulto.

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