dolore

Sudore

Chiara, Medico Nigeria

Grazie perché sudate come noi“. È la frase più bella che mi sia stata detta oggi da un’infermiera dell’isolamento. È vero, sudiamo come loro. E questo ci rende un po’ diversi da quelli che passano un giorno, guardano e scrivono le loro raccomandazioni. Questo è il bello del nostro lavoro. 

A volte quel sudore è ripagato, come è successo ieri. Tre pazienti guariti sono venuti per un controllo. Non li avrei riconosciuti se non fosse stato per i loro occhi e per il calore del loro saluto: “Dott. non mi riconosce?”.  Si certo! Jeannette, David,  Joseph… eleganti, sorridenti, felici di guardare l’isolamento da fuori. Che bello vederli così!

Poco dopo arriva un’altra donna. Lei la riconosco subito, così fiera, così dignitosa. È la mamma di Techlar. Mi guarda: “Ti stavo cercando. Volevo ringraziarti”. E questa volta no, non lo capisco il senso di quel sudore. 

Rivivo il pomeriggio di lunedì scorso. So che non c’è più niente da fare ma continuo il massaggio cardiaco.

Perché Techlar ha 20 anni. Perché un’ora prima mi parlava. Perché sua madre è lì e prega. Perché voglio stancarmi e sudare. Per non piangere. Per avere l’illusione di provare tutto. L’illusione che quel battito che sento sia il suo e non quello del mio dito che preme.

Basta. Non respira più. Non batte più quel cuore. Alla fine mi fermo. La lavo. Ha un viso bellissimo. 

Che dire a una madre che ti ringrazia per non essere riuscita a salvare sua figlia? Niente, non c’è niente da dire. So soltanto che continuerò a sudare

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