speranza

Un momento di speranza

Diego, Anestesista Raqqa

Mi ha fatto capire che avrebbe fatto da solo per sentire meno dolore, a passare dalla barella al tavolo operatorio. Aveva comunque bisogno di aggrapparsi a me per sollevare il bacino e trascinare la gamba rotta da medicare. Dovevamo rivalutare quella destra con il collega ortopedico. Quella sinistra e un braccio glieli avevamo già amputati due giorni prima. Osama era arrivato in ospedale da Raqqa, dopo l’esplosione di una mina, saltata mentre spostava alcuni mobili in casa. 

In questo periodo basta aprire un armadio, calpestare una mattonella o semplicemente accendere una luce per attivare un ordigno esplosivo. I militanti dello Stato Islamico ne hanno nascosti a migliaia in tutta la città prima di abbandonarla. Molti civili muoiono subito o durante il trasporto in ospedale. Alcuni sopravvivono ma rimangono disabili a vita

Io non parlo arabo e lui non parla inglese ma il nostro accordo era chiaro. Avremmo aspettato un paio di giorni dopo il trauma, poi avremmo valutato la vitalità dei tessuti per decidere cosa fare della gamba, l’unica che gli rimaneva. Il mio paziente è uno dei tanti dell’ospedale, un ragazzo magro, scuro di capelli e di pelle, sui vent’anni. Era appena diventato padre di un bellissimo bambino e con la moglie volevano riprendere una vita normale dopo la liberazione della città. 

Dopo essersi addormentato con l’anestesia abbiamo tolto le garze e abbiamo verificato che l’osso esposto mostrava già chiari segni di infezione e grandi porzioni di muscoli e cute erano irreversibilmente distrutti. Anche questo arto non poteva essere salvato e a breve sarebbe stato necessario amputarlo. Deluso e scoraggiato per la triste notizia che avremmo dovuto comunicargli, non riuscivo a trovare parole di consolazione. Pensavo che sarebbe stato impossibile vivere così, con poche cure e nessun servizio di supporto. 

Al risveglio, l’abbiamo messo al corrente della situazione e abbiamo pianificato con lui il prossimo intervento chirurgico. Con grande sorpresa da parte di tutti ci ha regalato un grande insegnamento. “Sì, lo voglio”. Acconsente alla terza amputazione e poi ci dice: “Ho un figlio piccolo da crescere e voglio continuare a vivere per lui”. 

Ancora una volta quella che mi sembrava una tragedia e una vita distrutta si era trasformata in un momento di speranza, per continuare a tenere in vita ciò che accomuna tutti noi essere umani.  Il desiderio di continuare a prenderci cura gli uni degli altri. Noi di MSF con ciò che sappiamo fare nei contesti di guerra, lui coccolando suo figlio con un solo braccio.

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